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S. Vincenzo Pallotti e gli Esorcismi
A cura di Padre Francesco Bamonte, Esorcista di Roma

Cari confratelli esorcisti, desidero mettervi a conoscenza di un interessantissimo scritto di S. Vincenzo Pallotti (nato a Roma il 21 aprile del 1795 e morto a Roma il 22 gennaio 1850), che è stato pubblicato in Italia dalle Edizioni San Paolo nel 2004, in un libro ben documentato, dal titolo: «S. Vincenzo Pallotti romano». L’autore è Francesco Amoroso. Nel libro vengono riportate le parole che il Santo mette sulla bocca della Madonna a proposito del Ministero degli Esorcismi:

«Voglio insegnarti, o figlio, una dottrina che nel mondo è quasi sconosciuta, o, almeno poco considerata: ogni operazione, proprio perché fatta dall’Eterno Verbo Incarnato, acquista incomprensibili gradi di dignità nella sua Chiesa; impara, quindi, a conoscere sempre più la sublimità dell’Ufficio di Esorcista, proprio perché quest’ufficio fu esercitato dal Divin Redentore» (Mese di Maggio per gli Ecclesiastici 1832).

S. Vincenzo Pallotti, riteneva dunque che gli esorcismi fossero rivestiti di una particolare dignità, perché erano stati praticati dal Figlio di Dio e accusò l’ambiente cristiano di aver ignorato o di non aver preso in sufficiente considerazione, tale ministero svolto da Gesù con così grande frequenza.

Sempre in questo libro si accenna a vari esorcismi fatti dallo stesso Santo. Dal 15 al 18 agosto 1828, nella chiesa di S. Giorgio al Velabro in Roma, egli esorcizzò un sacerdote del quale il demonio si era impossessato per impedirgli di continuare a fare il gran bene che aveva fatto per tredici anni nelle missioni popolari. Ciò che distinse questi esorcismi, fu che il demonio si indugiò a metter in evidenza gli abusi della gerarchia ecclesiastica, dei religiosi e del popolo. Gli esorcisti erano tre e si resero conto che l’inconsueta manifestazione non era dovuta all’iniziativa del demonio, ma ad un preciso disegno di Dio che volle servirsi del demonio perché sacerdoti e vescovi prendessero coscienza dei propri mali e vi ponessero con urgenza rimedio. Per questo motivo, S. Vincenzo Pallotti, stese una relazione di quegli esorcismi, che inviò al Papa e lo stesso apostolato futuro del Santo fu fortemente influenzato da quanto emerse nel corso di quegli esorcismi.

Un altro esorcismo di cui si parla nel libro, è quello fatto nel Collegio Scozzese di Roma nel 1834. Il Santo mandò a chiamare un amico che desiderava assistervi, ma l’invito fu per sbaglio recapitato a un rilegatore di libri, il quale giunto al Collegio Scozzese, si rese conto che c’era stato un errore, ma forse proprio perché era un miscredente, decise di fermarsi per vedere come sarebbe andato a finire. E vide che il sacerdote, per accertarsi che si trattasse di vera presenza del demonio e non di una malattia nervosa, nascose in sacrestia un pezzo di carta e comandò all’ossessa di prenderlo e riportarglielo. La donna fece un gesto di fastidio, ma poi, trascinandosi sulle ginocchia, andò dritto là dov’era il pezzo di carta e glielo consegnò. L’ossessa fu presto liberata e il rilegatore miscredente si ritirò in un convento.

Un altro esorcismo ancora, fu fatto da S. Vincenzo Pallotti domenica 31 ottobre 1841. Il padre di una giovane di nome Teodora Costa, gli presentò un biglietto di Mons. Viceregente che lo autorizzava a fare l’esorcismo, ma in luogo privatissimo, anche in casa. Il Santo stava tenendo un corso di Esercizi Spirituali al Collegio Irlandese e decise che, dopo la predica in collegio, alle 13.30 insieme a Padre Bernardo Maria Clausi e a Vincenzo Costa, padre della giovane, si sarebbe recato nella casa dov’era la giovane, presso piazza Bocca della Verità a Roma. Quando vi giunse, c’erano anche padre Bernardino dei Frati Minori, la signora Annunziata Bettazzi padrona di casa e una sua domestica. Nel corso dell’esorcismo il demonio interrogato su come era entrato nella giovane, fu costretto a dire la verità e cioè a causa di una fattura costituita da un chiodo avvolto da capelli della giovane e legato ad un nastro. Rivelò anche il luogo in cui era stato eseguito e la data.

S. Vincenzo Pallotti insieme con gli altri due sacerdoti pregarono e si consultarono varie volte, ma giunti alle ore 18.00, doveva tornare al Collegio Irlandese per la seconda predica della giornata di Esercizi Spirituali, mentre Padre Bernardo doveva andare a confessare, ma il papà della giovane li supplicò insistentemente di non lasciare la figlia prima che fosse liberata. Il Pallotti rinnovò preghiere a Dio, aspersioni con acqua benedetta e comandi al demonio. Finalmente alle due di notte, tra le furie del demonio, Teodora gettò con impeto dalla bocca un chiodo avvolto da capelli e da una fettuccia di nastro. Per pochi momenti la giovane restò seduta, poi si alzò in piedi come se nulla avesse sofferto assumendo un aspetto sereno e il volto luminoso e da quel momento fu libera.

La descrizione dell’attività esorcistica del Santo si conclude nel libro che ho citato con queste parole: Don Vincenzo ebbe il dono di liberare anime fortemente tentate anche a distanza. Spesso chiedeva ai sacerdoti di misurarsi con il demonio. «Facciamo per il bene delle anime -diceva- almeno quanto il demonio fa per farle perdere. Mettiamo nel fare il bene, l’impegno che Satana mette nel fare il male. Dobbiamo seminare tanto grano, almeno quanta è la zizzania che semina il demonio».



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